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Neapolis. Un impianto urbanistico immutato nei secoli PDF Stampa E-mail
Scritto da Angelo Esposito - Giuseppe Migliore   
domenica 29 aprile 2007
Definizione dell'impianto urbano dell'antica Neapolis.

L’impianto urbano dell’antica Neapolis si distingue nettamente nella planimetria del centro storico di Napoli, infatti, ancor oggi percorriamo le strade delimitate da isolati lunghi e stretti che costituiscono, di fatto, il “monumento” meglio conservato della città greco-romana (fig. 1).

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L’aspetto più singolare di Napoli è proprio questo, essere il prodotto di una stratificazione; ogni palazzo o monumento è edificato sulle fondamenta di una precedente costruzione. Da un lato, per esempio, a differenza di Roma, non conserva grandi monumenti del passato (templi, foro, monumenti onorari), dall’altro è una delle poche poleis greche che conserva immutato il suo impianto urbanistico ancora oggi.

 Lo spazio urbano fu definito sin dall’inizio su un tavolato che declina dall’altura di S. Aniello a Caponapoli (circa 70 m sul livello del mare) fino alla spiaggia sottostante. Esso si articola su tre strade principali con andamento est-ovest, plateiai (da nord a sud Via Anticaglia-Pisanelli, Via Tribunali, Via S. Biagio dei Librai), parallele ed equidistanti, con una porta all’inizio ed una alla fine. Questi tre percorsi principali sono a loro volta intersecati ad angolo retto da stenopoi nord-sud. L’incrocio degli assi crea insulae (35 x 180 m) dove sorgono palazzi e abitazioni, secondo un sistema di pianificazione attribuito al famoso architetto Ippodamo da Mileto, al quale probabilmente si possono ricondurre direttamente solo due piani urbanistici: Pireo, il porto di Atene, e Thuri.

La città era naturalmente favorita a nord dalle colline e da un profondo vallone oggi corrispondente a Via Foria, a sud dal mare e ad est da un’estesa zona paludosa, ancora oggi detta S. Anna alle Paludi.
L’intero spazio su cui si estendeva l’antica città, fin dall’epoca della sua fondazione (471 a.C.), era protetto da un’imponente cinta muraria formata da blocchi di tufo, confermando la fama d’inespugnabilità spesso sottolineata dalle fonti antiche, sia nel caso della seconda guerra punica (218-202 a.C.) sia nel successivo conflitto greco-gotico (VI sec. d.C.).

Il tracciato delle fortificazioni è conosciuto nelle sue grandi linee: a cominciare da settentrione esso si sviluppa lungo Via Foria, Via Costantinopoli, Piazza S. Domenico Maggiore, seguendo per Via Mezzocannone e, attraverso le rampe di S. Marcellino, risale verso l’Archivio di Stato per poi estendersi verso Piazza Nicola Amore. Da qui costeggia il tratto settentrionale di Corso Umberto e da Via Pietro Colletta risale verso Forcella e Castel Capuano, ricollegandosi infine a Via Foria.
L’intero tracciato delle mura è costruito con blocchi di tufo collocati di taglio (in ortostati) o in piano, del tipo a doppia cortina, con elementi trasversali di collegamento e con materiale di riempimento tra le cortine (emplekton);i blocchi furono presi dalle varie cave della città, infatti,vi si trovano incisioni che identificano i vari marchi di cava (lettere dell’alfabeto greco incise sulla pietra al momento dell’estrazione) per facilitare il pagamento alle ditte appaltatrici.

Si individuano due distinte fasi cronologiche principali delle mura: una degli inizi del V sec. a.C., in concomitanza della fondazione di Neapolis, l’altra dello scorcio del IV sec. a.C., connessa al momento delle guerre sannitiche.
Nel V sec. a.C., le mura non avevano probabilmente un andamento continuo ma seguivano quello del terreno. Saranno le opere difensive del IV secolo a dare alla cinta muraria un carattere più continuo (rinforzamenti dovuti alle nuove tecniche e alle nuove invenzioni di macchine da guerra avvenute nello stesso secolo).

Testimonianze archeologiche delle mura sono ancora visibili lungo il tracciato della cinta muraria, attestazioni che ci consentono non solo di ridisegnare l’andamento, ma anche di studiarne più approfonditamente la struttura e che confermano le teorie di una prima costruzione di V secolo e di un successivo rinforzamento di IV secolo, come nel caso di Piazza Bellini e Piazza Cavour.

Il tratto di mura in Piazza Bellini è stato portato alla luce nel 1954 a seguito di lavori per l'installazione di una cabina elettrica (fig. 2). Nel 1984, nuovi lavori nella piazza hanno portato alla luce un'altra porzione di fortificazione, oggi reinterrata. Lo scavo si sviluppa a cielo aperto per una lunghezza di circa dieci metri, ad una profondità di circa tre dall'attuale livello stradale. La conformazione del terreno in questa zona è stata profondamente modificata: nel IV secolo il piano antico era sottoposto di circa dieci metri rispetto a quello attuale, e questo tratto di mura correva lungo il ciglio di una collina, ora completamente spianata, e alla sommità di un vallone, oggi colmato e coincidente con l'asse Via S. Maria di Costantinopoli-Via S. Sebastiano.

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Mentre, le mura visibili in Piazza Cavour  sono state portate alla luce negli anni '50 nel corso dei lavori per la costruzione dell'istituto scolastico Salvator Rosa e della retrostante rampa Maria Longo, che oggi in parte sovrasta lo scavo (fig. 3). Nel corso di tali lavori, che comportarono anche la demolizione delle mura aragonesi, rimaste intatte fino ad allora in aderenza al tracciato di quelle più antiche, fu distrutta anche una buona parte delle sottostanti strutture greche, come peraltro documentato da saggi effettuati nella zona. Posto ai piedi dell'acropoli, tale tratto di mura difendeva un'area già naturalmente protetta attraverso bruschi dislivelli, dei quali quello ricalcato dalla fortificazione è attualmente il più chiaramente percepibile.

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Successivamente, in periodo romano, quando ormai la città non aveva più preoccupazioni di carattere bellico, inizia l’espansione verso occidente con le conseguenti costruzioni di residenze da parte di nobili e senatori adatte all’“otium”  Questo fenomeno in seguito non interessò solo la parte occidentale, ma anche tutta la costa fino a Surrentum (dove finiva il golfo conosciuto sotto il nome di Crater) dando l’idea di una città continua, come ci testimonia Strabone:
 
 
[…]Qui finisce il golfo conosciuto sotto il nome di Crater, delimitato da due promontori che guardano verso mezzogiorno, il Miseno e l’Athenaion. E’ tutto adornato in parte dalla città che abbiamo detto, in parte da residenze e piantagioni contigue fra loro, che offrono la vista di una città continua.[…] (Strabone V, 4, 7) .
 

  
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE 

-AA.VV., La città antica da Palepolis a Neapolis, Electa Napoli per Edizioni il Mattino, Napoli 2000.

-AA.VV., Stabiae dai Borbone alle ultime scoperte, NicolaLongobardiEditore, Napoli 1998.

-Capasso B., Napoli greco-romana, Napoli 1905.

-De Juliis M. E., Magne Grecia L’Italia meridionale dalle origini leggendarie alla conquista romana, Edipuglia, Bari 1996.

-Franz, Napoli Antica ricerche storiche ed archeologiche, Lito-Rama s.a.s., Napoli 2002.

-Gianpaola D. - Longobardo F., Napoli greca e romana tra museo archeologico nazionale e centro antico, Electa, Napoli 2000.

-Greco E., Archeologia della Magna Grecia, Editori Laterza, Bari 1993.

-Liccardo G., Napoli sotterranea, Newton & Compton editori, Roma 2004.

-Napoli M., Napoli greco-romana, Napoli 1959.

-Rosi M., Napoli entro e fuori le mura, Newton & Compton, Roma 2004.

-Strabone, Geografia l’Italia libri V-VI a cura di A.M. Biraschi, BUR, Milano 2000.

-Wanderlingh A., I giorni di Neapolis vita quotidiana e vicende storiche nella città greca e romana, edizioni Intra Moenia, Napoli 2001.

Ultimo aggiornamento ( sabato 02 febbraio 2008 )
 
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